LO SGUARDO DALL'HIMALAYA
di Bernardo Valli 
 
 

Anche dell’ultimo, estremo passo Tiziano Terzani ha fatto una storia chiara, lineare. Non mi stupisce. In tante altre occasioni, lui al tempo stesso forte e sensibile, coriaceo e vulnerabile, a volte ombroso a volte espansivo, insomma con un carattere burrascoso spesso incerto tra tempesta e bonaccia, aveva saputo superare prove difficili con la sobrietà che consente il coraggio. Quella autentica, preziosa naturalezza che affiora dai suoi scritti, era spesso praticata (a volte con modi bruschi) nella quotidianità, al punto da dare alla provocazione, di antico sapore toscano, un valore estetico e morale. Quella spontaneità, infine addolcita, sempre più staccata dalle cose, l'ha accompagnato fino alla morte. Una morte annunciata dai medici e attesa con pazienza, come un visitatore inevitabile, prima sul crinale di una montagna indiana, sull'Himalaya (dove ha scritto Un altro giro di giostra, ossia la cronaca di quella lunga attesa), poi a Firenze e infine all'Orsigna, sull'Appennino pistoiese, con Angela e Saskia e Folco. I quali l'hanno visto morire nella nobile semplicità della famiglia, dalla quale non si era mai discostato, nonostante i viaggi e le avventure. Così, con la solita chiarezza, con l'abituale linearità, sopravvissute a tanti imprevisti in una personalità spesso in tumulto, Tiziano ha chiuso l'ultimo capitolo della sua vita. Vita che ha raccontato nei libri, dando alla cronaca i toni appassionati di un'autobiografia spinta ai limiti della morte. E alla morte stessa una carica di suspense e una voluta coralità. Di questa ricca vita, di questa riuscita esistenza, ho avuto la fortuna di condividere alcuni stralci, tra i più intensi, fino a maturare e ad appropriarmi di sentimenti simili a quelli che si hanno tra fratelli. E - Dio solo sa! - quanto quei sentimenti possono essere al tempo stesso forti e conflittuali. Se non fossero tali non sarebbero fraterni. Con Tiziano gli slanci si alternavano ai silenzi. Ma anche nei silenzi, per quanto lunghi, sapevamo entrambi che essi non spegnevano, ne attenuavano, l'amicizia. Questa parola con lui aveva un senso profondo. Resta un patrimonio da conservare. L'ultimo incontro fu in primavera, a Firenze, nella sua casa di Bellosguardo. Sapevamo che era l'ultimo. Mesi prima, a NewYork, dopo averlo aperto e subito richiuso perché il tumore era troppo diffuso, i chirurghi gli avevano annunciato una morte imminente. Ma la morte incombente gli aveva dato il tempo di scrivere un ultimo libro, nel suo eremo himalaiano; e adesso, pur essendo ormai vicina, gli consentiva di affrontare alcuni urgenti problemi familiari. Voleva lasciare le cose a posto. Era il risvolto lineare del Tiziano spesso procelloso. Dopo avermi elencato i problemi con calma e precisione, mi disse con un suo tipico slancio, in cui c'erano tante cose, dall'affetto alla nostalgia, dallo stupore alla saggezza, dal rimpianto alla rassegnazione: «Quanto tempo è passato da Singapore!». Ne era passato in effetti molto. Più di trent'anni. Il comune amore per l'Asia ci fece incontrare a Singapore. Una città che aveva il merito di essere a un'ora di volo dal Vietnam e dalla Cambogia in guerra; non troppo lontano dalla Cina maoista ancora in preda agli ultimi sussulti della Rivoluzione culturale; senza contare da un lato l'India e dall'altra il Giappone, i due estremi della civiltà asiatica. Abitavamo entrambi in bungalow ereditati dal colonialismo britannico. Io di fronte all'isola di Sentosa (con Sumatra sullo sfondo); lui tra la vegetazione tropicale di Alexandra Park (dove Folco e Saskia, piccolissimi, si imbattevano a volte in serpenti; e dove Angela, con aristocratica fedeltà alle tradizioni, aveva portato un pianoforte). Tiziano non aveva ancora trentacinque anni. Con varie borse di studio si era laureato alla Normale di Pisa; era stato un rappresentante e poi un dirigente dell'Olivetti; che aveva abbandonato per frequentare, con un'altra borsa di studio, un'università americana; dove aveva seguito corsi di storia e lingua cinese. Il suo traguardo era la Cina, che allora si apriva di rado ai giornalisti stranieri. Il suo sogno era di diventare corrispondente a Pechino. Nell'attesa saltava da Saigon a Phnom Penh, la prima insidiata dai viet cong, la seconda dai khmer rossi. Un giorno su una terrazza di Orchard road, a Singapore, mentre Tiziano saliva le scale per raggiungermi, due giovani americane esclamarono guardandolo: «Che meraviglia d'uomo!». Era proprio così. Dovetti ammetterlo. Aveva altre qualità, oltre la prestanza fisica rilevata dalle donne. Assimilava le lingue con straordinaria facilità. In questo lo invidiavo. Sull'isola di Rawa, in Malesia, dove passavamo qualche fine settimana, dopo un paio di giorni tentava di dialogare con la gente del posto nel loro dialetto. Era anche un po' sfacciato. Sfrontato. Oltre che curioso e scrupoloso. Non l'ho mai sorpreso a scrivere cose che non avesse controllato. Detestava il giornalismo impressionista, tipicamente italiano; e forse per questo il giornalismo italiano l'ha trascurato a lungo. Non va a suo onore. Anzi, è una vergogna, che i quotidiani italiani gli abbiano dedicato il dovuto riguardo soltanto quando i suoi libri ebbero successo, anche nel resto del mondo. A Singapore Tiziano collaborava con vari giornali, senza avere un contratto. Aveva rinunciato a quello con il quotidiano "il Giorno" che lo costringeva a una lavoro redazionale a Milano, ed era partito per l'Estremo Oriente senza garanzie. All'avventura. Angela l'aveva seguito, con i due figli, senza batter ciglio. Non conosco un solo giornalista italiano che abbia osato tanto. A offrirgli un contratto fu il settimanale amburghese "Der Spiegel". Per il quale Tiziano è poi stato corrispondente in Asia, con base a HongKong, a Pechino, a Tokio, a Bangkok e infine a Nuova Delhi. Trent'anni di Asia. Nella casa di Bellosguardo, a Firenze, era vestito con l'abito bianco, a sacco, di tela ruvida, di un vago stile indiano, che ormai indossava da tempo, ovunque si trovasse, a New York o a Nuova Delhi, e aveva la barba lunga, più bianca che color pepe. Quella «meraviglia d'uomo» tanto ammirato trent'anni prima, in Orchard road, a Singapore, aveva l'aspetto di un imponente santone, che poteva suscitare curiosità o incutere rispetto. L'appassionato inviato speciale, reduce da tante guerre e rivoluzioni, era un fervente pacifista, autore di saggi contro qualsiasi tipo di violenza, che si preparava a morire con straordinario, nobile coraggio, disciplinandosi con esercizi fisici e mentali indiani. Ma senza alcun ancoraggio religioso. Accompagnato, sostenuto dalla sola dignità umana. In quel momento ho veramente amato Tiziano. Per uno che insegue ancora le guerre, sia pure per descriverle nei loro orrori e nelle loro assurdità, dunque per condannarle, un pacifista assoluto ha qualcosa di singolare. Avevo avuto l'occasione di parlarne con lui, a Kabul, dopo l'intervento americano. Ma le nostre reciproche obiezioni erano troppo scontate. E lasciammo correre. Ci accontentammo di stare insieme, come ai vecchi tempi, a Saigon, a Pechino, a Bangkok o a Tokio. Lui nella veste di un pacifista militante, io in quella consueta del cronista. A Bellosguardo era un'altra cosa. Tra di noi c'era la morte. E il modo come lui l'affrontava spazzava via ogni dubbio (se mai ne avevo maturato qualcuno)sulla nuova personalità di Tiziano. Lui non è mai stato un semplice voyeur, quale è spesso un giornalista. Uno che, rapinate alcune immagini, si allontana da un avvenimento con il bottino sotto il braccio, e poi riversa succosi racconti sui lettori. Tiziano si è immerso nelle situazioni che ha descritto. Le ideologie lo infastidivano. La sua cultura restava nel sottofondo. Irrompeva raramente nelle corrispondenze o nei libri. Non l'esibiva. Non sventolava mai il suo eccellente percorso universitario. Si atteneva alla realtà. Spesso cruda. La seguiva con rara passione. Quando i nordvietnamiti e i viet cong conquistarono Saigon, nell'aprile '75, lui non sene andò: rimase per mesi in Vietnam, senza poter scrivere una sola riga, al fine di vedere la natura del regime comunista che si installava. E dall'esperienza ha poi tratto quello che mi sembra uno dei suoi libri migliori. Il suo giudizio fu positivo, indulgente, nei confronti dei vincitori. Ma quando in seguito esplose la tragedia dei boatpeople ed emerse la natura del regime, Tiziano fece l'autocritica. Non esitò a correggere i giudizi che aveva espresso. E cosi fu uno dei primi a rivelare la strage compiuta dai khmer rossi in Cambogia. Lo stesso accadde in Cina, quando si immerse nella burocratica realtà comunista, favorito anche dalla conoscenza della lingua, e vide cadere, come birilli, una dopo l'altra le sue illusioni. La Cina che aveva amato da lontano e che sperava di scoprire si rivelò ai suoi occhi una società che demoliva uomini, tradizioni e monumenti. Ne fu sedotto dal Giappone, allora del miracolo ininterrotto, del quale cercò nelle pieghe più profonde le vecchie e antiche tracce. Così accadde in Thailandia e in Corea. E quando l'URSS cominciò a scricchiolare, Tiziano attraversò l'Urss e visitò tutte le repubbliche sovietiche asiatiche, dal Ghirghistan alla Cecenia, e ne descrisse l'agonia. Il suo Buona notte, signor Lenin resta una testimonianza preziosa. Nei trent'anni che vi ha passato, ha assistito alla metamorfosi dell'Asia. Di guerra in guerra, di rivoluzione in rivoluzione ha visto svanire uno dopo l'altro le immagini che avevano acceso la sua curiosità. L'India è stato l'ultimo approdo. Ma anche li ha finito col rifugiarsi sull'Himalaya. Dalla quale poteva contemplare, senza vederlo, lo scempio del mondo. Uno scempio al quale contribuisce, da protagonista assoluta, l'America che in gioventù, negli ultimi anni Sessanta, Tiziano amò intensamente. Così si diventa pacifisti e si affronta con coraggio e dignità la morte. Così si abbandona una vita ben riempita di affetti e satura di delusioni. (tratto dal quotidiano "la Repubblica", 30 luglio 2004)