SETTE MESI SENZA (E CON) TIZIANO
La moglie di Terzani racconta
cosa è successo dal 28 luglio

di Angela Staude

Tiziano se n'è andato l'estate scorsa, in gran silenzio, dileguandosi nella natura. Aveva chiesto il silenzio. Che nessuno sapesse, che nessuno parlasse di lui. Ed invece già due giorni dopo eravamo tutti a Palazzo Vecchio! C'eravamo davvero tutti: chi lo conosceva da sempre e chi lo aveva servito in un negozio, chi lo aveva sentito parlare a Controradio, chi di lui aveva letto un libro o un articolo di giornale, chi lo aveva ascoltato tuonare contro la guerra in piazza, e chi lo aveva semplicemente osservato al bar Petrarca quando uscendo si fermava a raccontare al barista una storiella che gli era capitata nell'Himalaya. Tiziano aveva una qualità che in Asia conta più di ogni altra nel giudizio che si da di un uomo: era sincero, vero. E forse era per questo che eravamo in tanti a salutarlo a Palazzo Vecchio. Subito dopo è cominciato un fervore che nessuno si era mai immaginato. Era come se Tiziano parlasse ancora, ma con voce quasi più limpida, più udibile di prima, e si tornava ad ascoltarlo. Si organizzavano dei piccoli raduni a Terranuova Bracciolini, a Certaldo, ma ogni volta succedeva come a Palazzo Vecchio: la sala traboccava, c'era gente seduta per terra, nei corridoi, gente che non riusciva a entrare. Poi l'ultima sua intervista, data alla televisione, cominciò a circolare in tante copie piratate. Era rinvigorente la freschezza, la severità e l'allegria del suo parlare. "Avete davanti due strade?" diceva. "Prendete quella in salita e vi troverete sempre bene". Finalmente qualcuno che non ci illudeva, che non ci diceva che tutto nella vita ha da essere gratis: l'amore, come il pane, come le medicine e le soluzioni politiche! Finalmente qualcuno che ci diceva che si muore perché si è nati, che nel breve tempo in cui siamo al mondo bisogna darci da fare, prendere in mano la nostra vita, chiederci cosa ne vogliamo fare di questa "irripetibile occasione", come la chiamava, non farcela togliere di mano. E intanto dai piccoli raduni si passava a sale più grandi, a città più lontane, a riunioni in cui intervenivano sempre più persone, a volte delle vere folle. Nel nord, nel sud, nel centro... Via via, sempre più gente comprava il libro e lo leggeva. Nel frattempo si sono create associazioni e premi in nome di Tiziano. Di quel che ha avuto da dire si sono interessati politici, religiosi, medici - o meglio quelli di loro che si erano comunque già incamminati per una strada simile a quella che lui aveva percorso fino in fondo. Nel marasma di questo momento, dove la Chiesa e i partiti politici, i due capisaldi della nostra vita finora, non contano più nulla, perché siamo stufi di marciare dietro a una bandiera che quasi sempre finisce per cambiare colore, si è sentita la voce di un uomo che come noi aveva creduto, aveva marciato, aveva sperato - ed era rimasto deluso. Ma a questo punto, invece di arrendersi aveva cambiato direzione. Proprio perché amava la vita, quando non ha visto più soluzioni Tiziano ha voluto prenderla per un altro verso: dal grande è passato al piccolo, dal corrispondente di guerra all'uomo che si domanda perché è al mondo? Questo è piaciuto agli adulti, perché li ha rassicurati, ma è piaciuto anche ai giovani, perché ai giovani piace la sfida, piace non illudersi, piace sapere che all'uomo sano e forte, bello e di successo può toccare di ammalarsi e morire prima del tempo. Fa parte della vita, saperlo. Tiziano ha impiegato i suoi ultimi anni per scrivere il suo ultimo libro - un libro che a tutti i costi ha voluto lasciarci. L'umiltà dell'intento di spartire con noi non una verità universale, ma le poche cose importanti che gli sembrava di aver capito, la tenerezza per l'uomo che si esprime in questo intento, come la sua innegabile utilità. Che sia questo che ci ha conquistati in Tiziano quando lui stesso era ormai lontano? (tratto dal mensile "Rossofiorentino" - n°3 del 2 marzo 2005)