IL GRANDE INVIATO VESTITO DI BIANCO
di Eugenio Scalfari



Il suo “ultimo giro di giostra” è durato a lungo, forse più a lungo di quanto volesse e sperasse. O forse no. Ci si attacca comunque alla vita e agli affetti della vita, ai luoghi, ai panorami, ai fiumi e alle grandi montagne che la vita ti ha fatto incontrare e tra i quali hai trovato l’essenza di te anche quando sei pronto al distacco finale. Anche quando tutti gli addii sono già stati pronunciati, le energie consumate e la pace finalmente venuta a spegnere dolcemente dolori, gioie, passioni. E Tiziano era pronto ormai da un pezzo. Almeno da quando aveva deciso di sottrarsi alle cure aggressive della medicina occidentale e affidarsi alla natura, alle sue erbe, alle virtù medicamentose che esse contengono e che la sapienza millenaria dell'Asia ha distillato goccia a goccia per accompagnare il tuo ritorno in seno alla Terra. Ora più che mai, ogni giorno— aveva scritto — è davvero un altro giro di giostra". Quello di ieri, 29 luglio, col conforto di Angela, di Fosco e Saskia, è stato l'ultimo del suo vissuto di viaggiatore partecipe sempre più contemplativo man mano che la giostra girava rallentando il suo ritmo e attutendo la sua sonagliera. Ma non era, non è mai stato, un uomo che avesse rinunciato alla sua individualità per annichilirla nell'estatica del nirvana. Al contrario: aveva un alto concetto del sé ed anche un'alta consapevolezza del proprio io e perfino della sua fisica e rappresentativa apparenza. Ricordo ancora quando, tanti anni fa, entrò per la prima volta nella nostra redazione di Piazza Indipendenza, vestito alla foggia indiana, con i pantaloni bianchi stretti alle caviglie e la tunica candida e lunga fino ai ginocchi, le mani giunte nel saluto rituale. Era bellissimo, Tiziano, un'apparizione inconsueta, una presenza che riempiva quelle nostre piccole stanze di lavoro, cosi funzionali, rumorose, ronzanti di apparecchi, di voci, di trilli telefonici, di movimenti frettolosi per arrivare prima degli altri, prima di tutti, per vincere la gara, per carpire una battuta, un retroscena, un'esclusiva. Tiziano conosceva bene quel mondo giornalistico, frequentava da anni quel formicaio internazionale, a New York, ad Amburgo, a Milano e in tutti i luoghi dove i suoi committenti l'avevano inviato a raccontare. In Asia soprattutto, dalla Malesia al Giappone, dalla Cina alle Filippine, dall'India al Vietnam e alla Cambogia. Si era cacciato in mezzo alle guerre e alle guerriglie, alle torture e alle stragi. Aveva raccontato le movenze della bestia umana ma anche la sua pietà verso le sofferenze altrui, il coraggio e la paura, il sangue e le preghiere. È stato un grande inviato e poi anche un grande scrittore. Persino un grande attore che ha messo in scena la sua vita giocando più sull'assenza, sulla lentezza, sui movimenti armoniosi che contenevano e preparavano il balzo improvviso, il pensiero illuminante e il senso di quanto vedeva svolgersi attorno a lui, davanti ai suoi occhi di testimone. Talvolta sbagliò, come accade a tutti coloro che partecipano e spesso partecipando parteggiano. Sbagliò sul Vietnam, sbagliò sulla Cina della rivoluzione culturale. Così almeno confessò a se stesso e sulle pagine dei giornali per i quali lavorava quando si accorse che i fatti tradivano in qualche modo il senso che lui aveva creduto di cogliervi. Quando credette di aver sbagliato non si limitò a farne pubblica ammenda ma si mise all’onesta e caparbia ricerca di un altro senso da dare a quei fatti. Noi di Repubblica, nel corso della sua lunga collaborazione al nostro giornale, fummo testimoni e palestra della sua ricerca, della sua narrazione dei fatti e dell'interpretazione che ne dette, soprattutto in Vietnam, in Laos, in Cambogia, in tutto il Sud-Est asiatico che per anni fu il luogo privilegiato del suo lavoro. In coscienza credo che nessuna delle sue contrapposte interpretazioni fosse sbagliata. Credo invece che ciascuna cogliesse una parte del senso: l'eroica battaglia d'un piccolo popolo che lotta per la sua indipendenza, la ferocia disumana di quella guerra, i mezzi spaventosi che vi furono impiegati dagli uni e dagli altri e lo stravolgimento dei fini che essi determinarono; infine il sogno della libertà rivendicato dagli uni e dagli altri e tradito da entrambi sotto la spinta dell'eroismo che diventa vendetta e rabbia e della pulsione all'indipendenza che diventa orgoglio e crociata. Così, molti anni dopo, era fatale che La rabbia e l'orgoglio dell'Oriana Fallaci incrociasse sulla sua strada le Lettere contro la guerra di Tiziano Terzani. Sarebbe fazioso un mio giudizio sui testi e sui loro autori. Personalmente ho sentito una profonda e totale ripulsa per il primo e un'adesione temperata per il secondo che mi è parso un messaggio troppo totalizzante e quindi anch'esso ideologico, librato nelle regioni dell'utopia. Ma dopo qualche mese da quel confronto anche editoriale che assunse i contorni di una vera gara di tirature, mi resi conto che per i giovani Tiziano era diventato una sorta di profeta, un educatore di passioni civili e di sentimenti umanitari. Un monaco. Molti di loro vissero quelle lettere contro la guerra come un testo religioso. E forse lo era. Ora che la sua vita è cessata e il suo corpo e l'energia che l'animava sono tornati ai liberi elementi ho grande rimpianto di non essergli stato vicino negli ultimi mesi. Rimpianto e dolore per l'amico che non c'è più e che mai come ora è presente nel ricordo. (tratto da "la Repubblica", 30 luglio 2004)