UN GRAN BEL GIRO DI GIOSTRA
di Furio Colombo



Erano giovani giovani Tiziano Terzani e la sua Angela quando, una sera d’estate, hanno annunciato: "Andiamo via". "Via" voleva dire fuori dall’Occidente, dal benessere, dai privilegi, da New York, verso la Thailandia, la Cina, l’India. Mi avevano invitato nell’appartamentino che occupavano alla Columbia University dove avevano studiato cinese, e Tiziano aveva finito il master in Affari internazionali. Quei due, con tutte le lingue che sapevano, con l’esperienza di Tiziano alla Olivetti (il nostro punto di incontro) e di Angela in vari Paesi del mondo, qualunque azienda americana o europea li avrebbe voluti. E credo che avessero parecchie offerte. Ma loro non erano interessati. Prima, molto prima dei no global, volevano un altro mondo, sostenevano che era possibile, un po’ figli dei fiori, che hanno fiducia e non cercano garanzie, un po’ come il capitano al suo primo comando di Linea d’Ombra, che sfida la bonaccia e attende il vento. Il vento è stato dolce e furioso, con loro, a volte immensamente pericoloso per le casette che di volta in volta abitavano in mezzo a pianure asiatiche, nomadi con bambini biondi a carico (Saskya, Folco), a volte arrestati e cacciati, come in Cina, dove non era gradita la curiosità allegra e indomabile che li muoveva, a volte spontaneamente migranti, con questo istinto: mai stare troppo a lungo in un luogo. La loro strada passa per la Thailandia e Hong Kong, il Vietnam e Singapore. Sale su verso l’India, incontra Madre Teresa (dove Folco, ormai giovane adulto, si ferma per aiutare, si sposa, fa un film) prosegue verso l’Himalaya, e Terzani si accampa fra guru e santoni e diventa guru e santone. Poche volte ci siamo visti in tutti questi anni. Ogni tanto era lui a scrivere dai suoi luoghi isolati un po’ sopra il mondo. Oppure, quando scendeva in qualche posto possibile, improvvisamente telefonava, forte come un elemento della natura, allegro come un bambino, spensierato nel senso di guardare le cose e cercare di vivere al di là di ciò che noi chiamiamo preoccupazioni e problemi. I suoi figli venivano a New York, venivano a trovarci e anche questo manteneva intatto lo strano legame d’affetto durato decenni, in cui abbiamo attraversato in modi diversi un mare di nuvole, abbiamo urtato contro ostacoli veri e non siamo cambiati. O almeno non lo avreste mai detto, ascoltando le nostre telefonate, gli scambi di lettere, in mezzo blocchi di anni, e noi a dire, ascoltare, ripetere le stesse cose. Non erano le stesse cose. I viaggi ti trasformano, l’istinto nomade è vorace. Ma ci trovavamo accanto. Ed è una consolazione. Non ho detto che era un gran giornalista (“Der Spiegel”, il “Corriere della Sera”) perché lo sanno tutti, in Asia, in Europa, in America. Non ho detto dei suoi libri perché sono diventati il territorio in cui hanno abitato un paio di generazioni, cominciando da giovani (fatto raro, ormai). Ma Terzani non ha mai perso il filo magico perché in lui (insieme ad Angela, che ha un’importanza grandissima nella sua vita) non sono mai finite meraviglia e intransigenza, che di solito possiedi solo quando sei molto giovane. Non ho detto del suo culto per la pace, la pace come religione, come ideologia, come pratica della vita, perché è l’impronta più forte che ha lasciato. Per lui, che ha attraversato i “killing fields” dell’Asia, dalla Cambogia al Vietnam, dalla Birmania ai Tamil, la pace non era solo una grande vendetta sull’orrore ottuso e stupido dell’uccidere. Era la chiave misteriosa che apre porte invalicabili per coloro che credono ancora che un po’ di potenza non guasti, e che i problemi si risolvano schiacciando il lato sgradevole. A volte Tiziano era a Firenze e di lì chiamava. Parlavamo dell'"Unità" che gli piaceva perché è contro la guerra. Parlavamo del mondo e del suo vivere in India, mai di questa politica. E solo un istante o due del suo male. Parlavamo, parlavamo. Era bello. (tratto dal quotidiano "l'Unità" del 30 luglio 2004)