UNA STRADA PER TERZANI
Un ricordo affettuoso di Tiziano 
e tre proposte per le istituzioni fiorentine

di Franco Cardini
 
Conobbi Tiziano Terzani verso la metà degli anni Settanta, nel cuore ribollente dell'università fiorentina dei tempi delle occupazioni. A Terzani, poco più che trentenne giornalista rampante, noto per le sue corrispondenze dal Vietnam, Giorgio Spini - titolare della cattedra di storia medievale e moderna - aveva fatto assegnare quel che allora era un “incarico annuale rinnovabile” di storia dell'Asia. Anch'io ero “professore incaricato”, di qualche anno più giovane di lui: dovevo pertanto aiutarlo a costituire commissione d'esame. Ricordo che mi fece un'impressione contraddittoria: senza dubbio molto simpatico personalmente, col suo fare aperto e cordiale; senza dubbio competente nella disciplina che insegnava, per quanto io considerassi il suo modo di insegnare un po' troppo "giornalistico", cosa che per noi, all'epoca, era un grave limite. C'era poi il suo atteggiamento politico che io, cattolico che si considerava politicamente "di destra" e a livello socioeconomico "di (estrema) sinistra", giudicavo un pochino troppo liberal. Simpatizzammo, con qualche differenza reciproca. Lo rividi tanti anni dopo, invecchiato e con quella sua gran barba da Babbo Natale, la veste di lino bianco da guru e la semplice inseparabile sacca nella quale frugava di continuo, alla ricerca di cose che spesso non riusciva a trovare. Doveva essere l'autunno-inverno del 2002 e l'amico Simone Siliani ci aveva "precettati" entrambi alla Sala d'Arme di Palazzo Vecchio per presentare una bella mostra fotografica d'un artista iraniano. Nel frattempo, io avevo letto quasi tutti i suoi libri e avevo concepito per lui una crescente ammirazione: lui, d'altra parte sapeva qualcosa di me e della mia molto meno brillante attività di ricercatore di storia, aveva letto qualcosa di mio, ma di strettamente scientifico e ricordava il giovane collega un po' reazionario di quasi trent'anni prima. Si stupì, debbo dire che si stupì felicemente, di quello che io ritenevo (e continuo pervicacemente a ritenere) un esito e uno sviluppo del tutto ovvio e coerente delle mie posizioni di allora, ma che a lui parve una specie di conversione a "u". Ne parlammo scherzando, e convenimmo che quella era l'unica cosa sulla quale ci sentivamo discordi. Eravamo e restiamo del tutto convinti che l'Occidente è ammalato d'un cancro molto peggiore di quello che ce l'ha portato via. Questo cancro è la catena folle e malvagia produzione-consumo-profitto; è l'idolatria del potere, dell'avere e del successo; è il materialismo profondamente anticristiano e anti-umano dell'individualismo truccato da "diritti dell'uomo" e da "dignità della persona umana" (un concetto coniato per esser fruito soltanto da poco più di un miliardo di persone tra statunitensi, europei, canadesi, giapponesi e australiani: o meglio da una minoranza privilegiata all'interno di essi) e continuamente ammantato da un cristianesimo-umanesimo-illuminismo esteriore e fasullo. Tiziano Terzani ci ha insegnato la virtù che ormai, in noialtri "occidentali", appare più appannata: la necessità di recuperare il senso della misura e quindi del limite, di sentirsi parte dell'universo e non suoi padroni, di saper guardare alle cose come a sorelle e non soltanto come a puri oggetti di possesso e di dominio. Era, e si riteneva, orgogliosamente "occidentale". Ma esplicava la sua occidentalità proprio nella capacità di cercar di comprendere tutti gli altri, tutte le culture e tutti i modi di pensare: non nel vano senso di una superiorità per giunta autoreferenziata. Per questo oggi il suo messaggio appare per noi più difficile; ed è, di fatto, più prezioso. Tiziano Terzani è una gloria europea e mondiale. Ma, per noi fiorentini, è una gloria fiorentina. Ne discendono tre proposte che avanzo formalmente: 1)Dedichiamogli una piazza, una strada, un monumento, una scuola, una biblioteca o tutte queste cose insieme; 2)Dedichiamogli un premio internazionale per la pace, la convivenza e la conoscenza reciproca tra i popoli e le culture, da attribuirsi annualmente da parte del Comune di Firenze; 3)Dedichiamogli un istituto o un centro studi per la pace, la convivenza e la conoscenza reciproca tra i popoli e le culture, che abbia sede in Firenze (proporrei ad esempio una sede come Torre del Gallo: credo che gli attuali proprietari sarebbero orgogliosi di cederne un'ala a tale attività). M'impegno formalmente a una donazione di alcune migliaia di volumi, di mia proprietà e che attualmente sono custoditi dall'amico Riccardo Nencini in un locale del Consiglio regionale toscano, alla costituzione della biblioteca di un tale istituto o centro studi. Poiché una legge elettorale della quale il meno che possa dire è che si tratta di una legge tanto iniqua quanto ridicola m'impedisce, nonostante abbia ricevuto nelle ultime elezioni comunali oltre 10.000 voti personali, di sedere in Consiglio comunale, passo queste proposte a tutto il Consiglio sperando che si trovino uno o più consiglieri, di qualunque schieramento politico, che vogliano farle proprie. (tratto dal n° 3 del 2 marzo 2005 del "Rossofiorentino")