NIENTE AVVIENE PER CASO
di Antonio Bortolotti 
In esclusiva per il TizianoTerzani.com 
19 dicembre 2005

 

Trovo curioso e affascinante riflettere su come alcune persone, per le quali non nutriamo sentimenti particolari, o che non abbiano un apparente ruolo rilevante all’interno della nostra esperienza, siano talvolta in grado di cambiarci la vita, con un semplice gesto concreto o con una frase detta in maniera inconsapevole al momento giusto. Gente che entra dal retro della nostra esistenza per uscire magari dalla finestra, lasciando sulla scrivania un biglietto di sola andata. Andrea era una di queste persone. All’apparenza un collega come molti altri, dall’aspetto fiero, orgoglioso di indossare una divisa che gli permettesse di esercitare sulle donne il suo fascino di simpatico giovane dal bell’aspetto e dalla parola accattivante. Ad una prima impressione spesso riduttiva, rimaneva però in me la sensazione che Andrea avesse qualcosa in più da trasmettere.Un valore aggiunto, che avrei scoperto solo in seguito. E la prima chiave di lettura sarebbe un giorno stata un avvenimento, del quale non avrei mai potuto prevedere gli sviluppi. Dopo i primi tempi in volo, passati in preda all’entusiasmo per la continua scoperta di posti nuovi, aveva iniziato a fare ingresso nella mia vita la stanchezza fisica causata dalla fatica lavorativa cui eravamo sottoposti sempre più intensamente. Iniziavo a trascorrere a letto quasi tutto il tempo libero che avevo a disposizione nei brevi periodi di sosta all’estero, per la necessità di recuperare le forze necessarie ad affrontare il volo successivo. Sapevo che, arrivato a destinazione dopo 12 ore e più passate su un aeroplano, sarei andato a dormire, mi sarei svegliato molto tempo dopo, avrei fatto una piccola passeggiata noiosa, mangiato qualcosa in un ristorante di cui poco dopo non avrei ricordato neanche il nome, per poi rientrare nella mia camera d’albergo, infilarmi la divisa e ripartire per il volo di rientro. Così facendo, perdevo la voglia di esplorare, la gioia di divertirmi, la fiducia nel vedere la vita dal suo lato migliore. E ogni luogo diventava uguale a un altro. Finché un giorno non andai a Hong Kong. Arrivato in albergo mi diressi in camera, con l’intenzione di riposare. Poco dopo il telefono squillò e Andrea, che era con me in equipaggio, mi disse: “Antonio, che fai ancora lì? Dai, vieni giù nella hall che andiamo tutti a cena e a far baldoria fino a tardi.” “Grazie, ma sono davvero stanco. Ho la schiena a pezzi e non so quanto potrei resistere prima di addormentarmi.” “Ti capisco, ma siamo tutti stanchi morti! Però siamo a Hong Kong e molti di noi non ci sono mai stati. Tu la conosci già?” “No, è la prima volta anche per me.” “E allora cosa aspetti! Vuoi perdere l’occasione di divertirti assieme a un branco di svitati? C’è un collega che è stato qui spesso e conosce tutti i posti migliori da vedere. Ha detto che ci farà da Cicerone. E poi, se siamo stanchi ci possiamo sempre sganciare al momento giusto per rientrare in albergo. Che ne dici ?” Pensai che se non avessi accettato, avrei certamente saputo come si sarebbero svolti gli eventi successivi. Mi sarei risvegliato l’indomani mattina nel mio letto, come al solito e avrei fatto le stesse cose di sempre. Perciò accolsi l’invito e mi unii alla combriccola. Poche ore dopo, in un locale di Lan Kwai Fong, conobbi una ragazza cinese e la mia vita cambiò. Per dir la verità, fu proprio Andrea ad approcciarla. Venne da me, che me ne stavo seduto al bar a sorseggiare una birra assieme ad un amico e mi disse: “Ho conosciuto una ragazza splendida, vieni a vederla!” Io temporeggiai, lasciandogli credere che l’avrei accontentato di lì a poco. Ma la sua insistenza premiò alla fine me e Rachel. Appena la vidi, lei incrociò il mio sguardo, io mi avvicinai – cosa atipica data la mia natura introversa – e senza pensarci su un istante, ce ne andammo dal locale dopo una breve chiacchierata, lasciando senza parole tutti quanti, compreso Andrea. Da quel momento è iniziato il mio legame con la Cina. Ho passato alcuni anni vivendo tra l’Italia e Hong Kong ed ho amato con tutto il cuore la ricerca di quell’“altro” che mi spingeva a conoscere l’Asia più in profondità, la sua gente, le sue tradizioni e le realtà spesso crude che stanno dietro a tanti bei sogni. Ogni tanto incrociavo Andrea in aeroporto o volavo assieme a lui in qualche nuova destinazione. Ripensavo ai casi della vita e provavo una strana sorta di segreta gratitudine per quel ‘biglietto di sola andata’ che aveva lasciato sulla scrivania della mia vita e di cui potevo intuire finalmente il significato. Ma non era finito tutto lì. La sua immagine da gigolo nascondeva in realtà l’esistenza di un appassionato divoratore di libri. E fin da subito, tra i racconti di incontri galanti e le storie di notti piccanti, trapelava ogni tanto l’accenno a qualche bel libro da leggere. “Hai letto Tiziano Terzani?” La mia prima risposta fu : “Chi?” E lui ribattè: “Tiziano Terzani! Un fiorentino come te, certo di un’altra generazione, ma con cui sono convinto, avresti di che parlare.” Mi promisi che lo avrei fatto, poi la testa occupata da altri pensieri mi fece dimenticare quel nome. E il tempo passò. Fin quando, due anni fa circa, all’ennesimo incontro con Andrea, mi sono seduto a tavolino, ho preso nota dei suoi consigli letterari e mi sono diretto in libreria a comprare “La Porta Proibita”. Tornato a casa per iniziare a leggerlo, mezz’ora dopo stavo di nuovo in libreria a comprare anche “Un Indovino Mi Disse” e i “ Giorni Cinesi” e i “Giorni Giapponesi”, scritti da sua moglie Angela. Avevo così tante domande che avrei voluto porre, mentre scorrevo le parole di quel primo libro e immaginavo con il cuore e la mente ben presenti, tutti quei posti che per me davvero non erano soltanto un impronunciabile nome dal significato sconosciuto. Andrea aveva ragione e ancora una volta mi aveva a sua insaputa iniziato ad una nuova fase della vita. Credo che molti di noi, se si soffermano un momento a ricordare, possano trovare un Andrea nella propria vita. E trovo ancora più degno di nota il fatto che tali persone possano ripetere a distanza di tempo questo piccolo miracolo, come fossero guidati da una mano misteriosa. La presa di coscienza successiva di questo fenomeno singolare mi fa alle volte pensare come nel corso di questo dialogo con il mistero, riusciamo a renderci conto di quanto limitate e insoddisfacenti siano tutte le soluzioni razionali agli enigmi che ci vengono posti quotidianamente. Ad un’attenta riflessione, poco appare lasciato al caso, forse nulla. Ogni esperienza è un tassello parziale, ma ineliminabile, cosicché tutto, visto nell’insieme, rivela il suo senso. Vita e riflessione si accompagnano e si influenzano a vicenda. Le mie letture proseguivano e mi sentivo così vicino all’esperienza che aveva vissuto la famiglia Terzani, da volerli raggiungere dappertutto, pur di condividere con loro alcune parole, impressioni, aneddoti, esperienze e riflessioni, attorno ad una tazza di buon tè cinese. Scrissi una lettera a Tiziano. Uno dei tanti. Poco dopo seppi che stava male e che da tempo non aveva più molti contatti “col mondo”. Avevo già comprato anche il suo ultimo libro, appena uscito, “Un Altro Giro di Giostra”, ma finì sotto al mio letto a prendere la polvere, finché non arrivò il momento adatto per la sua lettura. E spesso i momenti adatti arrivano quando meno te lo aspetti, in vesti e forme che a volte è difficile comprendere nella loro interezza, se non a posteriori. Poco dopo Tiziano se ne è andato, ed è cominciato quel fenomeno particolarmente curioso e interessante, che ha portato i familiari di Terzani in giro per l’Italia a raccontare ad una moltitudine sempre crescente di persone, chi fosse quel signore vestito di bianco e quale fosse il messaggio che aveva voluto regalare poco prima di lasciare il proprio corpo. Intanto una certa inquietudine si faceva strada dentro di me. Stavo lentamente realizzando che ero di nuovo in procinto di chiudere una fase della vita per iniziarne una nuova. Mi sentivo a disagio, a tratti insoddisfatto. Sapevo il perché, ma non ne ero ancora pienamente consapevole. Avevo smesso di viaggiare da tempo e ciò mi aveva in un certo modo invecchiato, indurito; aveva scalfito la mia fiducia nel futuro ed aveva minato la mia positività. Da una parte il lento declino fisico, al quale sentivo di essere assoggettato, ma dal quale non riuscivo a liberarmi, aveva eroso la mia capacità di recupero, incastrandomi nelle maglie di un meccanismo più forte di me. Dall’altra , l’11 di settembre, con il suo carico di sofferenza psicologica che avevo vissuto in prima persona, trovandomi su un aereo diretto in nordamerica proprio quel giorno , aveva colpito al petto il mio desiderio di esplorare il mondo. La paura di volare aveva fatto ingresso anche nel mio cuore, causando conflitti interiori che ho avuto difficoltà a sedare. Indossare una divisa era diventato per me ogni volta un gesto tremendamente difficile e sofferto. Perché? Che fosse giunto il momento di smettere di girovagare e di mettere un po’ di radici in un posto che potessi realmente chiamare casa? No. Era giunto il momento di esplorare non più all’esterno, ma nuovamente dentro di me, come avevo già fatto altre volte in passato. Dovevo chiarire quali fossero i lati oscuri che avevano fatto il loro ingresso rendendo la mia vita meno felice di un tempo. Scalpitavo, come un cavallo imbrigliato in un recinto abbandonato... Poi d’un tratto è successo qualcosa. L’occasione che attendevo, ma alla quale non avevo la forza di andare incontro, ha fatto il suo ingresso nella maniera più inaspettata. Sotto forma di dolore. La mia salute fisica ha subíto un crollo una mattina di settembre e mi sono ritrovato dapprima su una barella in una corsia di ospedale, poi nel letto di casa per alcuni giorni di lenta degenza, all’insaputa dei miei cari. Solo. In quei giorni ho maturato la convinzione che fosse giunto il momento di fare un ulteriore bilancio della mia vita, riprendendo in mano le redini e ritrovando il coraggio di fare delle nuove scelte. Costretto ad allontanarmi dal lavoro per molti mesi, ho ritrovato immediatamente una delle cose che mi mancavano di più: il tempo. Avendone molto a disposizione, ho capito fin da subito che mi era stata servita su un piatto d’argento una grande occasione di ripensamento ed ho quindi maturato la decisione che era giunto il momento di rimettersi in cammino. E mi sono rimesso in viaggio. Antonio Bortolotti (http://spaces.msn.com/members/impressionidiviaggio)