DALL'ORSIGNA SI VEDE ANCHE PISTOIA
di Alfredo Bini 
In esclusiva per il TizianoTerzani.com 
5 gennaio 2005

 

Già! Il titolo di per sé non dice una grossa novità, dai monti dell’Orsigna, nei giorni limpidi, si vedono anche il mare, l’isola d’Elba, il monte Amiata e tante altre belle cose. Terzani, il bravissimo giornalista scomparso a luglio dello scorso anno, ne aveva fatta la sua dimora Italiana. Lui, fiorentino D.O.C. che aveva fatto del girare il mondo il suo mestiere, aveva scelto questo paesino di poco più di 100 anime come sua residenza quando si trovava in Italia. Non solo, aveva voluto morire qui, all’Orsigna, mentre alla sua famiglia riunita intorno a lui chiedeva di salutarlo con un bel sorriso quando avesse abbandonato il suo corpo. Aveva addirittura chiesto a loro, ottenendolo, che le proprie ceneri fossero sparse per i monti e i fiumi della Valle d’Orsigna, la piccola Himalaya come la chiamava lui. Queste righe parlano di una esperienza. Di un’emozione provata qualche giorno fa, mentre, come spesso faccio quando mi reco in questa valle dell’Appennino tosco-emiliano, camminavo da solo lungo uno “stradello” ben innevato. Per il primo sole di questo 2005, che tutto si può definire, tranne un anno iniziato sotto un buon auspicio, camminavo su uno stradello che dalla fonte del Pinguino porta al rifugio “La casetta di Tulio”. A metà strada, quando ormai si era fatto veramente tardi, mi sono voltato verso sud per vedere quanta strada avevo fatto e calcolare il tempo necessario per tornare indietro. E’ stato a quel punto che magnificamente mi è apparsa la città di Pistoia, già illuminata dalle prime luci artificiali. In quel momento, subitaneamente, si è creato dentro di me uno stato d’animo che Terzani descrive spesso nel suo ultimo libro, ma che di rado avevo vissuto in maniera così intensa. Questa valle spersa nell’Appennino, con la sua ventina di borgate dove ancora qualcuno pratica una vita come “una volta”, sovrastava Pistoia come fosse stata un gigante immenso, ma buono. Le sue vette di quasi 2000 mt, i suoi fiumi e foreste si affacciavano su Pistoia come un genitore guarda un figlio dal fondo del letto quando al mattino lo sveglia. Il silenzio assordante, quasi metallico, sembrava dare voce a questa vallata come se stesse richiamando la figlia più giovane e la pregava di fermarsi un attimo a riflettere sulla strada da lei intrapresa. Pistoia con le sue costruzioni, la sua civiltà, le sue industrie, appariva così piccola e sola che mi sono sentito fortunato ad essere dall’altra parte. Pistoia mi sembrava isolata, distante dall’armonia che percepivo intorno a me. Non potevo in quel momento fare a meno di sentirmi tutt’uno con ciò che avevo intorno. Mi sentivo la montagna che era sopra di me e che avrei raggiunto il giorno dopo, mi sentivo il fiume che scorreva impetuoso a fondo valle, mi sentivo i larici ed i castagni che attraversavo, mi sentivo i daini che mi avevano incrociato la strada qualche minuto prima e con loro mi muovevo nel bosco come se loro stessi fossero stati parte di me ed io di loro. Sentivo che la pace e l’armonia che regnavano fuori, pian piano stavano permeando la mia mente, come pochissime altre volte mi era accaduto prima, in quel luogo altrettanto spettacolare che è il Padule di Fucecchio. La montagna però ha un carisma tutto suo. I tibetani ed i popoli che abitano la regione Himalayana lo sanno bene. Sei così fuso e amalgamato con ciò che ti circonda che tu stesso sei ciò che ti circonda, tu sei la nuvola, la vetta, il fiume, l’erba, tu sei tutto ciò che è intorno a te, dio è intorno a te, è dentro di te. Ti senti tutt’uno con le manifestazioni di dio e alla fine tu stesso ti senti dio. Non il dio che giudica, che perdona o non perdona, che punisce, che è o non è comprensivo. Non il dio in nome del quale si fanno guerre da tempi immemorabili. Non il dio dei libri che narrano ognuno una propria verità. No, non quello lì, ma quello che ha creato tutto questo meraviglioso sistema che chiamiamo universo, che si regge sull’equilibrio delle masse e delle forze e che ha visto nascere in una infinitesima parte di esso un piccolo pianeta che per caso ha sviluppato anche la nostra razza. In quel momento non senti più divisione o scissione con ciò che ti circonda, tutto diventa meraviglioso, anche la notte in un sentiero buio di montagna con le orme dei lupi che seguono quelle di un daino. Non credo sia casuale, che le religioni che ricercano dio e l’armonia nell’introspettiva individuale, abbiano avuto origine in India o in quelle aree. Là le montagne e le foreste creano uno stato di isolamento così impermeabile da non permettere agli elementi di disturbo di distrarre da questo cammino. Non ho potuto fare a meno di vedermi in quella mia città durante i giorni “normali”, di lavoro. Al telefono mentre cerco di fare meglio una cosa che non mi piace fare. In mezzo al traffico, tra gente stressata, mentre cerco di tornare a casa o di andare ad un appuntamento. Mi sono immaginato le persone che per questa vita così frenetica non hanno tempo di coltivare un bel rapporto con qualcuno o non hanno nemmeno lo stimolo a farlo. Mi sono immaginato persone litigare e farsi del male per futilità o perché non conoscono altri modi di comunicare. Mi sono immaginato la violenza, gli stupri, i suicidi. Ho visto in quelle luci e in quelle auto che correvano, la frenesia e l’alienazione che spinge l’essere umano a comportarsi in modo abominevole ed innaturale con i suoi compagni di viaggio e con se stesso. Infine, mi sono fatto compassione immaginandomi io stesso là che, perdendo il controllo e facente parte di un turbine frenetico, certe volte mi comporto allo stesso modo. Nello stesso tempo mi sentivo però fortunato, provavo un’emozione fortissima e mi sentivo un tutt’uno con ciò che mi circondava. Terzani in “Lettere contro la guerra” consiglia alla Fallaci di prendere lezioni dalla natura che sa essere grande maestra. Le consiglia di uscire dal suo grattacielo, inscatolato in mezzo a tanti altri , scegliersi un prato e guardare un filo d’erba al vento per provare a sentirsi come lui. “Ti passerà anche la rabbia” le dice, “perché il rischio che corri a forza di stare in mezzo a tanta gente in scatola è finire per sentirti sola e vivere la tua esistenza come un accidente e non come un qualcosa di molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più.” Certe volte mi ritorna in mente una giornata drammatica che ho vissuto in famiglia. Per reazione, appena ne ebbi la possibilità, mi recai nel Padule di Fucecchio e una volta sceso di macchina, senza elementi di disturbo intorno a me, rimasi colpito dall’assoluta indifferenza della natura per quello che mi era appena capitato. Niente era cambiato, gli uccelli acquatici volavano sempre verso i chiari, le nutrie attraversavano i canali e il vento muoveva i bellissimi pioppi come aveva già fatto migliaia di volte prima. Solo io ero diverso. Nemmeno le persone che mi conoscevano e non sapevano ciò che era accaduto erano diverse. Tutto ciò mi infuse una strana sensazione di tranquillità e pace. Mi sentivo con uno scudo protettivo addosso. Mi sembrò che ciò volesse dire che quello che era accaduto era assolutamente niente e significasse veramente poco. In realtà molte cose sono cambiate da quel giorno, ma soprattutto nella loro manifestazione materiale, quella forma di percezione del mondo a cui noi diamo sempre più peso ed alla quale siamo sempre più attaccati. Per il resto, quando ci riesco e non sono troppo inscatolato-alienato, continuo a pensare e percepire che tutto è normale, che ciò che è successo è solo la manifestazione istantanea di una negatività accumulata nel tempo e che tutto intorno a me è rimasto come prima. E se tutto ciò che mi circonda è come prima e io mi sento come ciò che mi circonda, allora io sono come prima. Ciò che succede durante la vita, sia la vita dei popoli come in questi giorni, che quella del singolo, va affrontato come un normale accadimento e mai dovremmo dimenticare che facciamo parte di qualcosa di molto ma molto più grande di noi, dei nostri drammi, dei nostri acciacchi e dei nostri problemi. Questa Vigilia di Natale, mentre ero all’unica messa dell’anno alla quale partecipo da quasi vent’anni, mi ha colpito un’ omelia di un prete davvero “ganzo” di un paesino di montagna. Ancora la montagna. Che coincidenza, ma sarà davvero una coincidenza? Invece di perdersi in inutili discorsi e turpiloqui religiosi, mentali e morali, il parroco ha detto una cosa tanto semplice quanto bella, risparmiandoci quegli interminabili quarti d’ora di moralità religiosa per me stucchevole. “La pace, quella vera, quella interiore, va cercata dentro di noi, perché se non è lì mai potrà esserlo fuori e mai la trasmetteremo a chi ci circonda e vive accanto a noi.” Mi ha fatto piacere pensare che questo bel pensiero, che accomuna l’idea di persone così diverse tra loro per epoche, religioni e culture, forse è veramente l’unica legge universale che dovrebbe essere seguita ed insegnata. Terzani ad Orsigna ci ha provato, e per quel che ne so c’è riuscito. L’altro giorno leggendo una intervista ho letto un dialogo riportato tra lui e suo figlio. Credo che queste righe, apparentemente semplici e immediate, contengano una carica di energia enorme. Qualcosa di molto vicino a quell’equilibrio cosmico a cui tutti noi dobbiamo la nostra esistenza e che tutti noi sempre più spesso ignoriamo. “Guarda la natura da questo prato, guardala bene ed ascoltala. Là un grillo, negli alberi tanti uccellini coi loro gridi e il loro pigolìo, i grilli nell'erba un grande concerto che vive di vita sua completamente indifferente e distaccato da quel che mi succede, dalla morte che aspetto. Che lezione! Per questo io sto benissimo, sono sereno, da mesi sento dentro di me un centro di gioia che si irradia in ogni direzione. Mi pare di non essere mai stato così leggero e felice. Io, io sto benissimo. E' il corpo che fa acqua da tutte le parti e ormai non mi resta che staccarmene e abbandonarlo al suo destino di cosa che marcisce. Senza alcuna angoscia, come la cosa più naturale del mondo”. Alfredo Bini (www.alfredobini.com)