TIZIANO TERZANI
UNA RISATA PER ANDARE INCONTRO ALLA MORTE
di Mara Amorevoli


«GUARDARE la morte ad occhi aperti» come diceva la scrittrice Marguerite Yourcenar. Con la stessa curiosità della vita, tanto da dolersi — per lui nato esploratore, giornalista e scrittore, testimone per 30 anni di storia in Asia — «di non potere scrivere di questo ultimo viaggio». Tiziano Terzani raccontava sorridendo il suo andare incontro alla morte. Senza accanimento e cerimonie degli addii, ma con dignità, consapevolezza, serenità e disciplina. Un viaggio terminato il 28 luglio dello scorso anno, vissuto accanto alla moglie Angela e i figli Folco e Saskia, con cui ha scelto di condividere il suo “ultimo giro di giostra”, titolo del libro a cui ha affidato i suoi ultimi anni. «Perché — affermava Terzani — la morte non è una sconfitta, ma l’altro aspetto della vita. Va accolta come parte di quell’unità armoniosa che abbraccia luce e buio, bene e male, altrimenti non si capisce perché viviamo». Di «Vivere e morire come occasioni di scelte consapevoli: individuo, culture, società», di assistenza e cure, parleranno domani esperti e studiosi di varie discipline al convegno sulle terapie di fine vita e lotta al dolore (Istituto della SS.Annunziata, Piazza di Poggio Imperale 1 - ore 16), organizzato da File (Fondazione italiana di leniterapia). E sarà proprio Angela Staude, a parlare sul tema de «Il ruolo della famiglia nell’ultimo giro di giostra», ripercorrendo la sua esperienza accanto al marito. Dopo tanti anni vissuti in Asia, dopo avere scoperto di avere un cancro, dopo cure e tante esperienze con medicine diverse, Terzani ha scelto di tornare chiudere il cerchio nella città in cui è nato, a Firenze e poi nella casa delle vacanze, dei giochi dell’infanzia tra i boschi dell’Appennino, all’Orsigna. «Ha voluto stare con noi, in un luogo amato, dove riconosceva profumi e rumori» racconta la moglie Angela — Non è stato facile, e tanto meno immediato lasciare fuori il mondo». Un ritorno per concentrarsi, prepararsi con grande distacco all’altro viaggio, sempre al timone della sua vita. «Ma ognuno deve trovare un suo proprio modo, certo preparandosi con consapevolezza, con il sostegno della famiglia» prosegue Angela Terzani. E la famiglia deve avere un ruolo di sostegno, accettazione e devota complicità. Sono stata sempre accanto a lui, nelle passeggiate nel bosco, e poi, quando negli ultimi mesi ha chiuso davvero con il mondo, restava a lungo seduto e in silenzio sotto ad un acero a guardare la valle, immerso nel flusso della natura, del sorgere e morire del sole, con grande naturalezza, in compagnia di un gatto e due anatre. Sereno e distaccato». E il dolore, il senso della perdita, come era vissuto? «Era represso, non voleva vederci tristi. Fatevi una bella risata, ho avuto una vita bellissima, ripeteva. E' stata una disciplina forte anche per me, che penso di pagare ancora. E' mancata la ribellione, non voleva lacrime o ricordi, esigeva l’essere presenti, gioiosi. Sapeva cosa voleva con estrema lucidità. Ha rifiutato di accanirsi con cure e terapie. Ha avuto pochissimo dolore, gli antidolorifici erano a portata di mano, ma non ne ha avuto bisogno, altrimenti li avrebbe presi». Ma attenzione, avverte Angela Terzani: «Ognuno è un caso a sé, ognuno ha una sua storia. Tiziano aveva capito già dieci anni prima, quando scrisse “Un indovino mi disse” e si era incamminato nella mortalità con estrema lucidità e volontà. L’India è un grande palestra in questo allenamento. E lui ha fatto uno sforzo enorme per morire bene. E ha lasciato sereni anche noi. Ma dobbiamo lasciarli andare, però. Fargli compagnia, con affetto e rispetto, senza la violenza dell’accanimento della medicalizzazione». Tiziano Terzani resta un esempio, tra decine di incontri che si susseguono in mezza Italia, premi che gli vengono intitolati a Torino, da parte del Centro per l’umanizzazione della medicina, a Udine perla letteratura di viaggio. Una guida ai nostri giri di giostra. (tratto dal quotidiano "la Repubblica" pagine di Firenze, 19 gennaio 2005)